opere in mostra

Opere in mostra

 

Arpini, Lavandaia

018 Arpini
018 Arpini

ARPINI CARLO

(Ancona, 1866 - Monza, 1922)
 

Lavandaia, 1915 circa
olio su tavoletta, 46,5 x 34,5 cm firmato in basso a destra: “C. Arpini”; sul verso, sul supporto: “Raggi di sole - C. Arpini”
Novara, Galleria Giannoni, inv. GG708, donazione 1938 (Archivio Musei Civici, Inventario 22 aprile 1963, p. 45)


Il dipinto giunge nelle collezioni civiche novaresi nel 1938 con l’ultimo versamento effettuato da Alfredo Giannoni per integrare le opere della nuova galleria d’arte moderna, donata alla città e inaugurata nel 1930. Va ad affiancarsi, perciò, a La toeletta, olio su assicella dello stesso autore, arrivato nella collezione con la prima donazione (GG742) e nel 1938 esposto nella terza sala. La nuova opera (ora collocata nei depositi dei Musei Civici) conferma il permanere nel donatore di un gusto legato alle scene di genere e a una pittura che, nell’attenzione agli effetti luminosi, trova le sue motivazioni più profonde. Gusto coincidente con la pittura intrisa di luce degli ultimi anni di Arpini, che durante la sua attività non ha mai tralasciato di raffigurare il paesaggio e le scene di genere, interpretandole nei modi del tardo realismo e, in molti casi, con rimandi al simbolismo. Lo documentano le opere conservate presso la Galleria d’Arte Moderna di Milano (Autunno, Ultimi raggi) o quelle esposte nelle numerose mostre del capoluogo lombardo, da Verso sera (1896) a Estasi (1897) e Poesie dei monti (1898). In questo dipinto novarese, il cui soggetto è molto diffuso fra le opere dei pittori attivi fra Ottocento e Novecento, la giovane lavandaia viene raffigurata al centro di una radura boscosa, inondata dalla luce dei raggi del sole. Questi, penetrando tra le foglie degli alberi, fanno splendere il bianco del corpetto e dei panni contenuti nelle grandi ceste, mettendo così la scena in stretta relazione con il titolo annotato sul retro. Il supporto rigido consente alla materia pittorica di rendere con più evidenza quella corposità e quell’intensità di tono che caratterizzano le opere tarde di Carlo Arpini, nelle quali il tessuto cromatico, costruito con pennellate a piccoli tocchi di colore puro, si accende di improvvisi bagliori permeando l’atmosfera oscura del bosco di nuova vitalità.
Emiliana Mongiat

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