opere in mostra

Opere in mostra

 

A. de Maria - Baruffa

Baruffa
Baruffa

Astolfo de Maria

(Roma, 1891 – Venezia, 1946)


Baruffa, 1926
olio e tempera su tela, 202 x 255,8 cm
firmato e datato in basso a destra entro un cartiglio “Astolfo de Maria/ fece in Venezia/nel 1926”  
Venezia, Collezione d’arte della Fondazione di Venezia

 


Mario de Maria, padre di Astolfo e artista, noto con lo pseudonimo di Marius Pictor, commentando il Ritratto di Vittore Grubicy (1921-22, già collezione Toscanini) esposto alla Biennale di Venezia del 1922, sintetizza in modo illuminante la pittura moderna e visionaria di suo figlio:  “Esso ricorda Michelangelo e Albrecht Dürer […]. Oltre alla vita, rimane, a vederlo e al ricordarlo, anche il senso del bene e del male, il buono, ma di più di tutto il senso del diabolico, come nel Mosè di Michelangelo, come negli apostoli di Dürer, come nei santoni dei Frari a Venezia di Giovanni Bellini. La vita tumultuante che è dipinta in questa tela di Astolfo, promette un’[…]avvenire geniale!” (pubbl. in Dal Canton 1996, p. 20).
Diversamente da quanto auspicato da Mario de Maria, la produzione pittorica di Astolfo non ottenne facilmente il favore della critica, catturandone l’attenzione a partire dagli anni Trenta e imponendosi sulla scena artistica veneziana soltanto nel decennio successivo. Confermano questo rapporto controverso con il mondo artistico ufficiale, le vicende espositive della Baruffa che, inviata alla Biennale di Venezia nel 1926, fu rifiutata e, quindi, presentata alla XVII Esposizione dell’Opera Bevilacqua La Masa, tenutasi al Lido di Venezia nell’ottobre dello stesso anno.
La prima idea per il soggetto è rintracciabile in alcuni schizzi, provenienti dal fondo de Maria, nei quali alcuni personaggi litigano animatamente rincorrendosi lungo un ponte, nei pressi del canale della Giudecca (fogli 195-196, pubbl. in Dal Canton 1996, p. 87). Si tratta di un momento di vita popolare, quasi una scena di genere, tracciata con un segno asciutto e incisivo che fa pensare a uno studio dal vero, ma che, allo stesso tempo, richiama l’ironia corrosiva delle Baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni.
Abbandonato ogni intento narrativo, la versione definitiva dell’opera, carica di uno spirito caustico e graffiante, mostra stringenti analogie con le coeve ricerche della Neue Sachlichkeit. I viaggi in Europa fin dall’adolescenza, le frequentazioni internazionali della casa paterna e le origini tedesche della madre, Emilie Voigt, dovettero contribuire in modo determinante ad orientare le scelte artistiche del pittore verso una cultura nordica che trovava a Venezia, in quegli anni, una piena accoglienza. Le figure deformate dall’ira, ghignanti, beffarde della Baruffa richiamano i personaggi di Otto Dix, George Grosz e Georg Scholz, anche nello spietato realismo con il quale il pittore ferma ogni dettaglio della scena. I gesti esasperati delle donne e i volti deformati dall’ira ricorrono, nelle opere dei primi anni Venti di Bortolo Sacchi e Cagnaccio di San Pietro, anch’essi attenti alle istanze più innovative della cultura tedesca e alla grande tradizione della pittura nordica che trovava in Albrecht Dürer la sua più completa espressione. La Baruffa, fitta di citazioni tratte dagli affreschi eseguiti dal pittore in collaborazione con Guido Cadorin e Bortolo Sacchi per chiesa di Colle San Martino (1921) e per quella di Moriago della Battaglia (1925), propone una sintesi delle ricerche artistiche dell’epoca e allo stesso tempo le conduce all’estremo in un scena concitatissima, costruita su dinamici ritmi diagonali, in un gioco di parallelismi e divergenze, che si svolge sullo sfondo della laguna infuocata dalla luce del tramonto.
Elena Lissoni


 

© Copyright 2017 by Fondazione Cariplo. Tutti i diritti riservati
Esclusivamente i contenuti della collezione online di artgate-cariplo.it sono disponibili secondo una licenza CC BY-SA