opere in mostra

Opere in mostra

 

BIOGRAFIE DEGLI ARTISTI

Pietro Annigoni

Milano, 1910 – Firenze, 1988

Trasferitosi giovanissimo a Firenze, nel 1927 comincia a frequentare la Scuola Libera del Nudo all’Accademia di Belle Arti, segue i corsi di Felice Carena, Giuseppe Graziosi e Celestino Celestini. Stringe amicizia con gli artisti riuniti al Caffè dell’Accademia, tra i quali il letterato Renzo Simi e lo scultore Mario Parri che ritrae a matita con vivido realismo in alcuni disegni, presentati alla sua mostra d’esordio allestita presso la galleria Cavalensi & Botti di Firenze nel 1930.

Nel 1932 attira l’attenzione della critica e del pubblico con l’esposizione personale alla Galleria Bellini di Firenze, seguita nel 1936 dalla sua affermazione sulla scena artistica milanese con la mostra alla Casa d’Artisti di Via Manzoni, presentata da Giorgio Nicodemi. Lo stesso anno riceve la commissione per il suo primo importante ciclo decorativo ad affresco nel convento di San Marco a Firenze.

Durante un lungo itinerario europeo, nel 1938, si accosta allo studio dei grandi maestri tedeschi: Albrecht Dürer, Matthias Grünewald, Michael Pacher e Hans Holbein. Nel 1947, insieme con Gregorio Sciltian, Antonio e Xavier Bueno, firma il Manifesto dei Pittori Moderni della Realtà, allo scopo di promuovere un’arte legata alla tradizione figurativa in netta contrapposizione alla pittura astratta.

Nel 1949 espone tre dipinti alla Summer Exhibition della Royal Academy di Londra che ottengono uno strepitoso successo:  avvia un’intensa attività per il mercato inglese, specializzandosi nell’esecuzione di ritratti di sottile introspezione psicologica, contraddistinti da una sofisticata eleganza cromatica e formale e da una meticolosa resa di ogni dettaglio fisiognomico, derivati dallo studio della pittura nordica. Sempre più richiesto da una ricca e colta committenza aristocratica inglese, riceve l’incarico dalla Fishmongers Company di dipingere il Ritratto della Regina Elisabetta II (Londra, Fishmongers Hall): l’opera, completata nel 1955 e immediatamente esposta alla Royal Academy, consacra l’artista a una fama internazionale, nonostante il giudizio sfavorevole di parte della critica. Nella maturità esegue prevalentemente ritratti per alcune delle più eminenti personalità politiche dell’epoca, tra i quali anche quello di J. F. Kennedy (1962), poi pubblicato sulla copertina della rivista “Time”; una produzione cui affianca disegni catturati dal vero con una vivace vena realistica, in occasione dei suoi frequenti spostamenti in Sud Africa, India, Messico e Nord America, e molte opere di soggetto religioso.

Elena Lissoni

 

Gioacchino Assereto

(Genova 1600-1649)

Entrato giovanissimo nella bottega del pittore Luciano Borzone, prosegue la sua formazione all’Accademia del nudo istituita presso la casa di Gian Carlo Doria e sotto la guida di Andrea Ansaldo, dal quale si allontana a soli sedici anni per avviare un proprio studio. Esordisce attorno al 1616, realizzando la pala per l’oratorio genovese di S. Antonio in Sarzano che risente dell’interesse giovanile, mutuato attraverso i suoi maestri, per Cerano, Giulio Cesare Procaccini e Morazzone. La prima produzione dell’artista rivela un linguaggio pittorico  originale in grado di coniugare il colorismo acceso e gli effetti di luce di ascendenza lombarda con la costruzione prospettica barocca derivata dall’insegnamento di Ansaldo. A queste suggestioni si somma la precoce attenzione verso la pittura di Bernardo Strozzi, la cui decisiva influenza è evidente nell’Incontro di Alessandro Magno e Diogene (Berlino, Gemäldegalerie) e nel bozzetto con l’Incoronazione della Vergine del convento dei Domenicani di Taggia, ricalcato sull’affresco col Giudizio Universale per la chiesa di San Domenico a Genova, ora perduto. 

Attorno agli anni trenta matura una personale interpretazione delle più aggiornate istanze naturaliste, cui non dovettero essere estranee la lezione dei pittori fiamminghi e di Antoon Van Dick, e le suggestioni caravaggesche, introdotte a Genova attraverso Simon Vouet e Orazio Gentileschi. Le fonti antiche menzionano un suo viaggio a Roma nel 1639, durante il quale probabilmente visita la casa del banchiere genovese Vincenzo Giustiniani, tra i maggiori collezionisti di Caravaggio, dove ha modo di vedere anche le opere di José de Ribera, Matthias Stomer e Gerard van Honthors, il celebre Gherardo delle Notti. Quest’ultimo, in particolare, esercita un significativo influsso nella produzione tarda dell’artista che sperimenta contrasti chiaroscurali più decisi con un effetto di maggiore saldezza formale nel Catone suicida della Galleria di Palazzo Bianco a  Genova, perfezionando le proprie ricerche in direzione di un naturalismo più marcato.

Elena Lissoni

 

Pompeo Girolamo Batoni

Lucca, 1708 – Roma, 1787

Dopo un giovanile apprendistato come orafo nella bottega paterna, nel 1727 si trasferisce a Roma grazie al sostegno finanziario di alcuni mecenati lucchesi. Insoddisfatto del suo breve alunnato presso i pittori Sebastiano Conca e Agostino Masucci, si dedica allo studio dei grandi modelli della tradizione classicista e, contemporaneamente, si esercita nella copia di statue e frammenti.

La sua prima importante commissione, la pala con la Vergine col Bambino e i beati Pietro, Castora, Forte e Lodolfo per la chiesa di San Gregorio al Celio (1733), rivela il giovane pittore all’esigente ambiente romano. Si afferma rapidamente nell’ambito della pittura sacra, ottenendo prestigiosi incarichi dalla corte pontificia, tra i quali Cristo consegna le chiavi a san Pietro del 1742 per il Caffeaus del Quirinale e la monumentale pala con la Caduta di Simon Mago, eseguita tra il 1746 e il 1755 per la Basilica di San Pietro.

Al 1737 risale il Trionfo di Venere, impegnativa opera d’esordio della sua vastissima produzione di ispirazione storica e mitologica, destinata a Marco Foscarini, ambasciatore della Repubblica di Venezia presso la Santa Sede. Durante il quinto decennio del secolo prosegue nell’esecuzione di elaborate allegorie, fitte di riferimenti mitologici e letterari, superando il linguaggio barocco e rococò a favore di un classicismo più rispondente alle nuove istanze illuministe, precursore della riforma neoclassica del buon gusto.

A questa produzione appartengono i dipinti realizzati per la corte russa Chirone restituisce Achille a Teti (1768-1770) e La continenza di Scipione (1771), entrambi all’Ermitage; e quelli  per la corte prussiana, tra i quali Alessandro e la Famiglia di Dario (1764-1775), indiscusso capolavoro dell’artista.

Negli stessi anni, durante i quali si afferma presso le grandi corti europee e presso i conoscitori per la sua straordinaria pittura di storia, allegorica e mitologica, si assicura un enorme successo professionale come ritrattista, conteso dai committenti italiani e stranieri. A partire dal 1750 si specializza nell’esecuzione di ritratti dei giovani aristocratici che soggiornano a Roma in occasione del Grand Tour, fermati in pose informali sullo sfondo della campagna romana o circondati da antichità. Si tratta di un’attività che gli garantisce cospicui guadagni e un successo internazionale, oltre che l’affermazione come principale ritrattista di Roma, richiesto dagli esponenti delle case regnanti europee e dell’aristocrazia pontificia.  

Elena Lissoni

 

Cagnaccio Di San Pietro (Natalino Bentivoglio Scarpa)

Desenzano del Garda, 1897 – Venezia, 1946

Frequenta per breve tempo l’Accademia di Belle Arti di Venezia, allievo di Ettore Tito che lo introduce allo studio dei modelli fotografici. La sua produzione, durante gli anni di formazione, rivela l’interesse per la pittura divisionista. Nel 1911 aderisce al Futurismo, diffuso a Venezia attraverso le esposizioni dell’Opera Bevilacqua La Masa a Ca’ Pesaro: nel 1919 due suoi quadri futuristi figurano all’Esposizione di Palazzo Pesaro, insieme alle opere di Felice Casorati, Gino Rossi, Tullio Garbari, Pio Semenghini.

Il 1920 rappresenta l’anno di svolta per l’artista che, ritiratosi nel borgo di San Pietro in Volta, sull’isola della laguna veneta dove visse la sua infanzia, definisce un linguaggio figurativo personale che trova completa espressione nel dipinto La Tempesta (1920, collezione privata). La produzione di questi anni coniuga il recupero della grande pittura del passato - la tradizione veneziana del Quattrocento, le suggestioni ricavate dai maestri tedeschi e da Albrecht Dürer, in particolare - con le istanze della pittura contemporanea del ritorno all’ordine. Il recupero della tradizione primitivista e rinascimentale e il valore della forma sono gli stessi principi che avevano ispirato la rivista di Mario Broglio “Valori Plastici” e animato il gruppo che ne faceva capo. Gli esiti delle sue ricerche artistiche, caratterizzati da un disegno netto e preciso e da un realismo tagliente, sono in parte accostabili alla Nuova Oggettività tedesca. La sua prima importante occasione espositiva risale al 1923, con la sala personale allestita presso Ca’ Pesaro; l’anno successivo è presente alla XIV edizione della Biennale di Venezia cui parteciperà con continuità fino al 1942.  

Tra i protagonisti del Realismo magico,  nel suo vasto repertorio figurano numerosi ritratti contraddistinti dalla fissità di gesti e sguardi, spesso realizzati con l’ausilio di mezzi fotografici; oltre a scene di vita e temi di ispirazione sociale e a un cospicuo numero di soggetti religiosi ispirati alla pittura veneta rinascimentale. Negli anni Trenta e Quaranta si dedica all’esecuzione di paesaggi lagunari costruiti con una composizione rigorosissima, apprezzati dalla critica per la loro immobilità incantata e l’atmosfera di sogno.

Nel 1948, a soli due anni dalla sua scomparsa, è commemorato con una mostra retrospettiva allestita presso la Biennale di Venezia.

Elena Lissoni

 

Carlo Carrà

Quargnento, Alessandria, 1881 – Milano, 1966

Inizia giovanissimo l’attività di decoratore a Milano, nel 1899 visita Parigi, e poi Londra.

Nel 1906, grazie a un premio artistico, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Brera, allievo di Cesare Tallone. Negli stessi anni si accosta alla pittura divisionista, attratto dalle opere di Gaetano Previati e Giovanni Segantini.

Nel 1908 incontra Umberto Boccioni e Luigi Russolo, con i quali redigerà il Manifesto dei pittori futuristi (1910) sulla spinta delle teorie eversive e radicali di Filippo Tommaso Marinetti. L’intensa partecipazione al Futurismo, sentito come slancio vitale capace di immettere energia nuova nel panorama artistico italiano, trova una sintesi esemplare nella vasta tela I funerali dell’anarchico Galli (New York, Museum of Modern Art), un’opera impegnativa (la prima idea risale al 1904) rielaborata nel 1911, al rientro dal viaggio a Parigi durante il quale aveva avuto modo di conoscere George Braque e Pablo Picasso, aggiornandosi sulla pittura cubista.

L’esperienza futurista si esaurisce verso la fine del 1915 e dall’anno seguente il pittore si accosta al gruppo fiorentino della “La Voce”, diretta da Giuseppe De Robertis, pubblicando alcuni scritti (Parlata su Giotto e Paolo Uccello costruttore) nei quali esalta la pittura italiana del Trecento e del Quattrocento. In questi anni avvia la riflessione sul rapporto tra antico e moderno che si traduce in un nuovo linguaggio pittorico elementare e primitivo in opere come Il fiasco (1915, Milano collezione privata) e La carrozzella (1916, Rovereto, Mart).

Le sue ricerche ricevono un nuovo impulso dal 1917: le sue opere sono fitte di citazioni e rimandi ai dipinti di Giorgio De Chirico che aveva conosciuto e frequentato intensamente a Ferrara e, allo stesso tempo, restituiscono la sua personale interpretazione della metafisica, intesa come recupero dei valori pittorici della tradizione italiana. Tra queste si ricordano La camera incantata e La musa metafisica del 1917 (entrambe presso la Pinacoteca di Brera, collezione Jesi).

Collabora assiduamente con la rivista “Valori Plastici”, diretta da Mario Broglio, pubblicando articoli e riproduzioni di suoi disegni.

Nel 1921 si apre una nuova fase del suo percorso artistico durante il quale si dedica all’esecuzione di paesaggi trasfigurati in luoghi mitici e misteriosi, attraverso l’estrema sintesi del dato naturale. Nella sua produzione si susseguono le vedute liguri di Moneglia e Camogli e, in seguito, di Forte dei Marmi e del Cinquale, nelle quali raggiunge un perfetto equilibrio tra la semplificazione geometrica della composizione e l’interpretazione lirica del paesaggio.

Nel 1933 è tra i firmatari del Manifesto della pittura murale, sottoscritto anche da Mario Sironi, Massimo Campigli e Achille Funi, contemporaneamente è impegnato nella realizzazione di grandi cicli decorativi parietali per la V e VI Triennale (rispettivamente nel 1933 e nel 1936) e per il Palazzo di Giustizia a Milano (1938).

Ottiene il completo riconoscimento della sua carriera artistica con l’ampia mostra retrospettiva allestita presso la Pinacoteca di Brera e la sua nomina a professore di pittura presso la stessa accademia nel 1941. Nel 1948 la XXIV Biennale di Venezia dedica all’artista, insieme a De Chirico e Morandi, la mostra Tre pittori italiani, suggerita da Roberto Longhi e curata da Francesco Arcangeli. Nel 1950 ottiene il Gran Premio per la Pittura in occasione dell’allestimento della sala personale presso la Biennale di Venezia. Infine, nel 1962, è allestita una grande rassegna a Palazzo Reale a Milano.

Elena Lissoni 

 

Carlo Cignani

Bologna, 1628 – Forlì, 1719

Si forma nello studio di Francesco Albani e, contemporaneamente, frequenta l’Accademia privata patrocinata dal conte Ettore Ghislieri, presieduta dai più eminenti pittori locali, tra i quali Alessandro Tiarini e Guercino.

Le fonti documentano un buona accoglienza per le numerose opere giovanili, realizzate tra Bologna e Livorno, molte delle quali oggi disperse. Nel 1658 ottiene la sua prima importante commissione quando il cardinal legato di Bologna, Girolamo Farnese, lo incarica di eseguire alcune scene del ciclo pittorico dedicato ai fasti cittadini nella sala del Consiglio nel palazzo comunale.

Il successo dell’impresa è tale che, nel 1662, il committente invita il pittore a Roma con l’intento di fargli decorare una galleria nel casino Farnese fuori porta S. Pancrazio: il confronto stimolante con la svariata cultura della capitale pontificia influisce in modo determinate sullo sviluppo della successiva attività dell’artista, attratto dai pittori neoveneti, dalle invenzioni di Pietro da Cortona e soprattutto dal classicismo di Maratta. In questi anni, inoltre, dipinge due grandi affreschi sulle pareti della Cappella Maggiore in Sant’Andrea della Valle, accanto agli interventi di Domenichino, e si dedica all’esecuzione di numerosi “quadri da stanza”, tra i quali alcune Veneri.

Al suo rientro a Bologna, nel 1665, esegue quattro medaglioni per San Michele in Bosco, in collaborazione con il quadraturista Domenico Santi, che riscuotono uno straordinario successo presso i contemporanei, sancendo la sua fama come raffinato interprete della tradizione emiliana, ed erede di Correggio per il suo naturalismo dolce e aggraziato.

Negli anni Settanta raggiunge una notorietà internazionale: oltre agli incarichi a Bologna, Roma e Parma per le più importanti famiglie nobili, riceve prestigiose commissioni dalle corti europee, tra le quali Baccanale con Sileno irriso e Giove e Danae per il principe Jhoann Adam von Liechtenstein.

Dal 1683 si dedica nella decorazione della cupola della Madonna del Fuoco nella cattedrale di Forlì con la grandiosa Assunzione della Vergine: l’impresa che si protrae per oltre un ventennio è tra le più impegnative per l’artista che si misura con il capolavoro di Correggio per il duomo di Parma, restituendone un’interpretazione sciolta e raffinata.

A definitiva conferma del suo ruolo di protagonista della scena artistica bolognese, promotore di una bottega locale presso la quale si formò una generazione di giovani pittori, nel 1706 ottiene la nomina a principe perpetuo della costituenda Accademia Clementina di Bologna, i cui corsi si apriranno solo nel 1710.

Elena Lissoni

 

Astolfo de Maria

Roma, 1891 – Venezia, 1946

Figlio del celebre pittore Mario De Maria, che fu tra i fondatori della Biennale veneziana, frequenta fin da giovanissimo un clima culturale e artistico di respiro internazionale.

Nel 1913 risulta iscritto al primo anno della Scuola di Libera Pittura dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, perciò allievo del pittore Luigi Nono. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale è costretto a interrompere gli studi per arruolarsi: viene aggregato allo Stato Maggiore della III Armata al servizio di Gabriele D’Annunzio come motociclista e disegnatore. A questi anni risale un interessante nucleo di disegni di grande efficacia espressiva, tratti dal vero con un segno sciolto e sicuro.

Nel 1917 il suo linguaggio pittorico è intessuto di rimandi alla Secessione austriaca e alla raffinata produzione grafica dell’artista inglese Aubrey Beardsley.

Esordisce alla Biennale nel 1920 presentando Il rospo (1919-1920, ubicazione ignota), un’opera cruciale nel suo percorso artistico, contraddistinta da un minuzioso realismo e da un’atmosfera irreale e sospesa propri della Nuova Oggettività tedesca. Si accosta a una linea di ricerca, condivisa con Guido Cadorin, Bortolo Sacchi, Cagnaccio di San Pietro, che ha i propri riferimenti nel Realismo magico e dal 1924 guarda con interesse a Novecento Italiano.

Negli anni Venti si specializza nell’esecuzione di ritratti che risentono dei modelli tedeschi nella resa secca e dura dei personaggi, spesso avvolti in un’atmosfera rarefatta e straniante: in questo periodo esegue il ritratto di Grubicy de Dragon (già nella collezione Toscanini) e  quello di Gabriele D’Annunzio, esposto alla Biennale di Venezia del 1930; alla metà del decennio successivo si data un Ritratto di Benito Mussolini, poi distrutto dall’artista.

Negli anni Trenta si accentua il suo interesse per la grafica pubblicitaria e, contemporaneamente, inizia a dipingere vedute di Venezia definite da una luce chiara e nitida, attraverso ampie campiture piatte di colori smaltati, in evidente contrapposizione con la tradizione artistica locale che valorizzava la resa atmosferica e la vibrazione luminosa e cromatica del paesaggio. Borin in laguna (1931, ubicazione ignota) è premiato con la medaglia d’oro alla XXII mostra dell’Opera Bevilacqua La Masa e acquistato da Giuseppe Bottai, futuro Ministro dell’Educazione nazionale.

Nel 1942 la critica registra con favore un nuovo orientamento nella sua produzione che evolve verso una condotta pittorica più morbida e fluida.

Elena Lissoni

 

Leonardo Dudreville

Venezia, 1885 – Ghiffa, Verbania, 1975

Tra il 1903 e il 1905 si forma all’Accademia di Brera di Milano e, con Anselmo Bucci, aderisce al Coenobium monzese, un circolo di giovani artisti scapigliati. Dopo un soggiorno a Parigi (1906- 1907), i suoi modi divisionisti lo avvicinano alla Galleria di Alberto Grubicy. Nel 1912 si accosta al Futurismo ed è tra i fondatori di Nuove Tendenze. Dopo la Prima guerra mondiale frequenta la critica Margherita Sarfatti; nel 1922 partecipa alla XIII Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia ed è tra i Sette pittori del Novecento che espongono alla Galleria Pesaro di Milano nel 1923. I rapporti tra gli artisti del gruppo non sono sempre facili tanto che l’artista partecipa alla Prima Mostra nel 1926 ma non alla Seconda nel 1929. Nel 1928 la Galleria d’arte moderna di Milano acquista una sua opera. Nel 1936 tiene la prima personale alla Galleria Dedalo di Milano. Il suo stile diventa più minuzioso e si arricchisce di dettagli. Durante la Seconda guerra mondiale sfolla a Ghiffa dove rimane fino alla morte.

Antonella Crippa

Tra il 1903 e il 1905 frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera, allievo di Cesare Tallone. Stringe amicizia con Anselmo Bucci, con il quale si reca a Parigi per un soggiorno di sei mesi tra il 1906 e il 1907, ed entra in contatto con Gino Severini. Inizialmente si accosta alle ricerche divisioniste, attirando l’interesse del mercante d’arte Albert Grubicy de Dragon, in seguito, il suo linguaggio evolve verso una pittura di orientamento futurista, ben esemplificata nelle opere presentate in occasione della mostra del gruppo di Nuove Tendenze nel 1914 a Milano.

A partire dal 1919 frequenta assiduamente il salotto di Margherita Sarfatti, con Luigi Russolo, Mario Sironi e Achille Funi. Partecipa con quindici opere all’Esposizione Nazionale Futurista, allestita nel 1919 presso la Galleria Centrale d’Arte (ex caffè Cova) ottenendo l’attenzione della critica; nel 1920 firma il manifesto Contro tutti i ritorni in pittura. Si trattava di un’importante scritto programmatico che faceva appello a una rinnovata ricerca della volumetria e della sintesi delle forme, che troverà la sua completa definizione nelle successive enunciazioni teoriche di Novecento Italiano. Alla fine del 1919 dipinge Il caduto, un’opera cardine del suo percorso, che segna il definitivo allontanamento dal futurismo, verso un nuovo linguaggio pittorico figurativo di impronta naturalista.

A partire dal 1921 l’attività espositiva si intensifica con  la partecipazione alla I Biennale Romana, alla mostra collettiva “Peintres futuristes italiens” a Parigi e, infine, alla rassegna Arte Italiana Contemporanea presso la Galleria Pesaro di Milano. In questi anni la sua pittura si orienta verso un’oggettività quasi fotografica nella resa scrupolosa e definita di ogni dettaglio. E’ tra i Sette pittori del Novecento che espongono nel 1923 alla mostra della Galleria Pesaro e l’anno successivo è presente alla Biennale di Venezia, dove presenta Amore: discorso primo (Milano, Collezione d’arte della Fondazione Cariplo).

Dal 1924 si consuma il progressivo allontanamento dal gruppo, l’artista partecipa sia alla III Biennale di Roma del 1925, dove i novecentisti si radunano in un’unica sala, sia  alla I Mostra di Novecento Italiano con tre nature morte che mostrano il debito verso la Nuova Oggettività tedesca nelle resa, quasi fiamminga, di ogni dettaglio; dal 1927 prosegue il proprio percorso espositivo in completa autonomia e in un relativo isolamento. A partire dagli anni Trenta definisce una propria personale cifra stilistica e si dedica all’esecuzione di ritratti, paesaggi, piccole e preziose nature morte, in seguito esposti in occasione dell’importante mostra personale allestita presso la Galleria Dedalo nel 1936.

Elena Lissoni

 

Achille Funi

Ferrara, 1890 - Appiano Gentile, Como, 1972

Dopo aver frequentato la Scuola Municipale d’Arte a Ferrara, nel 1906 si trasferisce a Milano dove segue con profitto i corsi dell’Accademia di Belle Arti di Brera, allievo di Cesare Tallone.

In contatto con il vivace mondo artistico milanese, stringe amicizia con Leonardo Dudreville, Carlo Carrà Antonio Sant’Elia e si accosta al Futurismo. Nel 1914 partecipa alla mostra  “Nuove tendenze”  allestita presso la Famiglia Artistica di Milano, con nove opere che riflettono il suo interesse per la scomposizione delle forme, derivata dalla suggestione delle coeve ricerche sul dinamismo di Umberto Boccioni, in una personale interpretazione della pittura di Paul Cézanne. Allo scoppio della prima Guerra Mondiale, si arruola nell’ottavo plotone Volontari Ciclisti, come Umberto Boccioni, Antonio Sant’Elia, Filippo Tommaso Marinetti, Luigi Russolo.

Dagli anni Venti sperimenta un nuovo linguaggio pittorico derivato dalla suggestione della tradizione italiana rinascimentale, in linea con le tendenze artistiche promosse da Margherita Sarfatti, che aveva avuto modo di conoscere e frequentare a partire dal 1920. Quest’incontro segna una svolta fondamentale nelle ricerche artistiche di Funi che nel 1922 è tra Sette pittori di Novecento, con i quali si presenta alla Galleria Pesaro di Milano nel 1923 e alla Biennale di Venezia nel 1924. Convinto sostenitore della necessità di un recupero della tradizione classica in pittura, entra nel comitato direttivo di Novecento Italiano, partecipando a entrambe le mostre promosse dal gruppo a Milano, nel 1926 e nel 1929. Ottiene la sua completa affermazione sulla scena artistica come affrescatore ed esponente di prima linea tra i fautori del ritorno alla pittura murale: nel 1933 sottoscrive il Manifesto della pittura murale di Mario Sironi, insieme con Carlo Carrà e Massimo Campigli, e dal 1930 è impegnato con continuità nella decorazione delle Triennali di Milano. Tra il 1934 e il 1937 si dedica all’esecuzione di un ciclo di affreschi per la sala della consulta del Palazzo comunale di Ferrara, ispirato ai racconti cavallereschi di Torquato Tasso e Ludovico Ariosto, noto come Il mito di Ferrara. Si tratta della sua opera più impegnativa, nella quale illustra i poemi classici conferendogli il carattere di una trasfigurazione eroica della realtà, assumendo il ruolo di cantore civile e poetico della civiltà contemporanea.

Nel 1939 porta a compimento gli affreschi per la chiesa di S. Francesco a Tripoli, realizza l’affresco Mosè riceve sul Sinai le Tavole della Legge per il palazzo di Giustizia di Milano e, nell’aprile del 1940, ottiene la qualifica di titolare della cattedra di scenografia all’Accademia di Belle Arti di Brera, tramutandola poi di fatto in docenza delle tecniche dell’affresco.

Nel secondo dopoguerra continua nell’insegnamento presso l’Accademia Carrara di Bergamo e l’Accademia di Brera a Milano e, parallelamente, prosegue nell’attività artistica con importanti commissioni per edifici pubblici e privati, proponendo un vasto repertorio di figure mitologiche e personaggi tratti dalla quotidianità, in un’atmosfera sospesa tra tradizione e magia metafisica.

Elena Lissoni

 

Vincenzo Gemito

Napoli, 1852 - Napoli, 1929

Di umili origini, nel 1861 entra come apprendista nella bottega dello scultore Emanuele Caggiano e, in seguito, nello studio di Stanislao Lista, insieme all’amico Antonio Mancini. Fin dal suo esordio nel 1868 alla Società Promotrice di Belle Arti di Napoli dimostra la sua intolleranza verso la cultura accademica, avviando una serrata ricerca sulla realtà napoletana che lo vedrà affermarsi come indiscusso caposcuola dell’orientamento verista. All’inizio degli anni settanta esegue i ritratti in terracotta e bronzo di amici artisti e personalità famose, ma la sua produzione si distingue soprattutto per i soggetti tratti dal mondo popolare, fanciulli e scugnizzi, resi con straordinaria veridicità. Grazie all’interessamento del mercante d’arte Alphonse Goupil, nel 1877 esordisce al Salon di Parigi, dove soggiorna per un breve periodo stringendo amicizia con il pittore Ernest Meissonier. Al suo rientro a Napoli nel 1880 sulla suggestione della scultura antica classica ed ellenistica realizza una serie di opere con le quali ottiene un successo internazionale e prestigiose commissioni. Dal 1887 in seguito all’insorgere di problemi psichici si chiude in un isolamento volontario dedicandosi esclusivamente alla grafica. Nel corso del secondo decennio esegue opere di soggetto mitologico derivate da modelli antichi, realizzate con gusto da orafo in argento e oro.

Elena Lissoni

 

Bartolomeo Guidobono

Savona, 1654 - Torino, 1709

Dopo gli studi in letteratura e teologia, lavora per un breve periodo alla decorazione della maiolica nella bottega del padre, Giovanni Antonio Guidobono. Attorno al 1679 decide di dedicarsi all’attività pittorica, intrecciando uno stretto legame con Gregorio de Ferrari e Domenico Piola, padrino del fratello Domenico, che all’epoca costituivano un’équipe, tra le più richieste nell’esecuzione di vaste imprese decorative ad affresco. Attratto dallo spettacolare linguaggio pittorico dei maestri del barocco genovese - nel quale si coniugano l’impianto scenico del quadraturismo bolognese, l’estro di Pietro da Cortona e la morbidezza chiaroscurale della tradizione classicista - Guidobono matura rapidamente una personale cifra stilistica di raffinatezza e grazia, fin dalle sue prime prove pittoriche nella cappella della Crocetta nel santuario di Savona, ultimato nel 1680. Prosegue la sua formazione sullo studio delle opere di Correggio durante un viaggio a Parma, seguito da un passaggio a Venezia e, plausibilmente, a Bologna. A Savona dipinge la volta di Palazzo Gavotti e il refettorio del Convento dei Cappuccini; nel 1680 la sua attività è documentata presso il salone del secondo piano nobile di Palazzo Rosso a Genova.

Al 1685 risale l’esecuzione della Storia dei Savoia nel santuario di S. Maria di Casanova presso Carmagnola. Trasferitosi a Torino, dipinge un ciclo di affreschi in Palazzo Reale, nel quale si sommano spunti tratti dalla pittura emiliana e suggestioni da quella veneta, con un inedito effetto di morbidezza e leggerezza, accentuato dall’accostamento ininterrotto di stucchi, cornici e dipinti. Nonostante l’attività presso la corte sabauda, mantiene stretti i contatti con la sua città d’origine, come attesta l’invio dell’Annunciazione per il santuario di Nostra Signora della Misericordia, attualmente presso la Pinacoteca di Savona.

Rientrato a Genova tra il 1689 e il 1690, è impegnato nella decorazione di numerose ville suburbane e, nuovamente, in Palazzo Rosso (1692), dove ripropone gli elementi decorativi – vasi, ghirlande, putti –già sperimentati in Palazzo Reale a Torino, accentuando l’intreccio tra scultura e pittura in funzione scenica. Accanto all’attività come frescante, avvia una notevole produzione di quadri con scene allegoriche e mitologiche e dipinti con soggetti religiosi.

Le fonti documentano il suo ritorno a Torino attorno al 1702, quando esegue la decorazione a fresco di una cupola ottagonale in Nostra Signora del Pilone (già riferita da parte della critica al 1685 per ragioni stilistiche). A partire dal 1705 avvia un’intensa collaborazione con il fratello Domenico nell’esecuzione di un cospicuo numero di opere per il convento di S. Francesco da Paola e per il Palazzo Reale.

Elena Lissoni

 

Angelica Kauffmann

Coira, Svizzera, 1741 – Roma, 1807

Avviata agli studi artistici e musicali dal padre, il modesto pittore Johan Joseph Kauffmann, rivela un notevole talento e straordinarie qualità intellettuali fin da giovanissima. Dopo aver trascorso buona parte dell’infanzia a Morbegno, in Valtellina, intraprende una serie di viaggi di studio attraverso l’Italia: visita le più importanti collezioni d’arte pubbliche e private, frequenta l’Accademia del Disegno a Firenze e si esercita nella riproduzione di dipinti famosi per i viaggiatori inglesi del Grand Tour.

Tra il 1763 e il 1765 è ripetutamente a Roma: pittrice già nota, colta e poliglotta, entra in contatto con gli ambienti artistici neoclassici più aggiornati e stringe amicizia con Gavin Hamilton, Anton Raphael Mengs, Benjamin West e Pompeo Batoni. Nel 1764 esegue il ritratto di Johan Joachim Winckelmann (Zurigo, Kunsthaus).

Dopo una breve sosta a Parigi, nel 1766 si trasferisce a Londra dove avvia un’intensa frequentazione con il pittore sir Joshua Reynolds, del quale ammira i ritratti di grande introspezione psicologica, contraddistinti da una forte componente allegorica e densi di riferimenti all’antico. Ammessa all’Accademia di Bologna, Firenze, Roma e Venezia, nel 1768 figura tra i membri fondatori della Royal Academy, unica donna insieme con la pittrice Mary Moser (1744-1819). Durante il soggiorno inglese attende all’esecuzione di numerosi dipinti di soggetto storico-mitologico e si afferma come geniale ritrattista, richiesta nei circoli aristocratici più esclusivi. Abile e attenta nel promuovere la propria immagine di artista, si propone come interprete di una nuova sensibilità femminile con i suoi numerosi autoritratti e ritratti, oltre alle scene di ispirazione letteraria nelle quali affiora la sfera intima dei sentimenti delle protagoniste, esempi di virtù e moralità femminile.

Rientrata a Roma nel 1781, l’anno seguente apre lo studio nei pressi di Piazza di Spagna: l’atelier e il salotto romano della pittrice divengono un importante punto di riferimento della vita artistica e intellettuale della città, frequentati dalle personalità più in vista degli ambienti scientifici e letterari e da una clientela internazionale di altissimo livello. Intreccia un importante legame con Wolfgang von Goethe, del quale esegue il ritratto nel 1787 (Weimar, Goethe Nationalmuseum). Nel 1782 si reca a Napoli dove riceve la prestigiosa commissione di eseguire il Ritratto della famiglia reale di Ferdinando IV di Borbone (Napoli, Museo di Capodimonte).

Il suo raffinato linguaggio pittorico, contraddistinto da semplicità e naturalezza, risente delle ricerche neoclassiche improntate a un severo gusto archeologico nel decennio tra il 1780 e il 1790; nelle opere tarde l’artista partecipa del nascente interesse per i primitivi, a riprova della sua costante capacità di aggiornamento sulle istanze più innovative della pittura contemporanea

Elena Lissoni

 

Maestro della tela Jeans

attivo nell’Italia settentrionale, fine xvii secolo

Non è ancora nota l’identità anagrafica di questo pittore specializzato nella rappresentazione di scene di vita popolare, il cui nome convenzionale, il Maestro della tela jeans, deriva da un dettaglio che caratterizza molti dei dipinti a lui riferiti: la propensione a vestire i protagonisti delle opere con la “tela di Genova”, ovvero il tessuto noto universalmente col nome di jeans.

Il dipinto attorno alla quale si è formato il catalogo dell’artista è la Madre mendicante con due bambini della Galerie Canesso di Parigi, collezione che conserva il maggior nucleo di dipinti a lui attribuibili. Nel 1998 – quando ancora le indagini sull’attività del maestro non erano state avviate – la Madre mendicante venne resa nota come nobile esempio di pittura di genere lombardo-veneta della fine del XVII secolo. Queste coordinate geografiche e cronologiche rimangono valide per definire l’identità dell’artista, che deve avere speso parte della carriera in territorio lombardo, sullo scorcio del Seicento, anche se la complessità della sua pittura rende difficile capire in quale contesto avvenne la sua formazione.

I temi trattati dal maestro sono tutti di stampo pauperista, con una particolare predilezione per la rappresentazione di bambini e ragazzi, che possono diventare protagonisti assoluti delle scene, oppure fare da comprimari a figure di madri e anziane donne, impegnate mendicare, cucire, o a consumare miseri pranzi.

Non mancano poi nel suo repertorio anche iconografie più rare, come la singolare rappresentazione del Barbiere, conservata sempre alla Galerie Canesso.

Per il carattere meditativo e solenne delle sue composizioni e per lo sguardo di commiserazione rivolto agli umili personaggi che le abitano, il Maestro della tela jeans costituisce un fondamentale precedente di Giacomo Ceruti, maestro indiscusso della pittura lombarda della realtà nella prima metà del Settecento

Stefano Bruzzese

 

Françoise-Guillaume Ménageot

Londra, 1744 – Parigi, 1816

Figlio di Augustin Ménageot, mercante d’arte e consigliere di Denis Diderot, si trasferisce giovanissimo a Parigi. Allievo di Jean-Baptiste-Henri Deshays e, dal 1765, di François Boucher, frequenta lo studio di Joseph-Marie Vien. Nel 1766 con il dipinto Tomiri immerge nel sangue la testa di Ciro (Parigi, Ecole Normale Supérieure des Beaux-Arts) vince il Prix de Rome, che prevedeva una borsa di studio per il perfezionamento presso l’Accademia di Francia a Roma.

Nel 1777 esordisce al Salon, cui parteciperà costantemente fino al 1785, presentando Il sacrificio di Polissena (Chartres, Musée des Beaux-Arts). Si impone sulla scena artistica parigina nel 1781, quando presenta il grande dipinto storico La morte di Leonardo da Vinci alla presenza di Francesco I (Amboise, Musée de l’Hôtel de Ville), ottenendo uno straordinario successo e la nomina a professore di pittura dell’Académie Royale. Alla produzione più nota di soggetti storici affianca l’attività di ritrattista e l’esecuzione di quadri mitologici e religiosi, tra i quali La Vergine mette santa Teresa d’Avila sotto la protezione di san Giuseppe (1787, New York,  The Metropolitan Museum of Art) e La sacra famiglia, attualmente presso il Museo dell’Ermitage.

Dal 1787 al 1792 ricopre la carica di direttore dell’Accademia di Francia a Roma. Allontanatosi da Roma, in seguito ai repentini mutamenti politici che condussero all’incendio di palazzo Mancini, sede dell’Accademia, si rifugia a Vicenza dove esegue la pala d’altare per il santuario di monte Berico e numerosi ritratti per l’aristocrazia locale. 

Rientrato definitivamente a Parigi nel 1801, partecipa all’Assemblea dei professori delle Scuole Nazionali di pittura e scultura, riprende l’insegnamento e prosegue l’attività espositiva, ma la sua produzione non incontra più il favore del pubblico.

Nel 1808 esegue la grande tela Il matrimonio del principe Eugène de Beauharnais e della principessa Amélie de Bavière a Monaco, attualmente al Museo Nazionale del castello di Versailles

Nel 1814 è nominato cavaliere della Legione d’onore.

Elena Lissoni

 

Scipione (Gino Bonichi)

Macerata, 1904 – Arco di Trento, 1933

Nel 1924, in seguito all’incontro con Mario Mafai, si iscrive alla Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti di Roma. All’inizio dell’anno successivo i due pittori incontrano Antonietta Raphaël, con la quale daranno vita alla “Scuola di via Cavour” (definizione coniata da Roberto Longhi nel 1929), in seguito ribattezzata “Scuola Romana”. Si trattava di un sodalizio artistico e umano, tra i più significativi della cultura del Novecento, che riuniva personalità del tutto differenti, accomunate dal netto rifiuto di una pittura monumentale di ispirazione classica e dalla sperimentazione di un linguaggio pittorico di dirompente espressività.

Esordisce alla Biennale Romana nel 1925 con un dipinto non registrato in catalogo, ma ricordato dal pittore Francesco di Cocco. Nel 1929 espone a Palazzo Doria, quindi alla Prima Mostra Sindacale e, infine, presso la “Casa d’Arte Bragaglia”.

Nell’autunno del 1929 il suo stile giunge a una completa maturazione in un importante nucleo di dipinti contraddistinti da una vena fantastica e visionaria, realizzati con un’inedita materia pittorica ricca e vibrante, percorsa da incisioni condotte con l’impugnatura del pennello; i colori accesi, ricavati dalla tradizione veneta e barocca, cedono a un cromatismo più cupo, marcatamente espressionista. Una svolta che si registra ne Il sogno di Ferdinando, esposto nel 1929 alla Mostra d’Arte Marinara di Roma e nella successiva serie delle nature morte.

Dal 1930 l’attività espositiva si intensifica: alla Biennale di Venezia figura il Ritratto del Cardinale Decano (Galleria Comunale d’Arte Moderna, Roma), uno dei capolavori dell’artista, eseguito sulla suggestione delle opere di El Greco, mentre alla Prima Quadriennale Romana è presente con tre dipinti (Apocalisse, Ritratto di Ungaretti, Via che porta a San Pietro). La mostra allestita presso la Galleria di Roma sancisce la sua definitiva affermazione presso la critica e il pubblico.

Con l’intento di portare una nuova apertura nella cultura italiana, insieme a Renato Marino Mazzacurati, fonda la rivista “Fronte”, dove compaiono testi di Carlo Carrà, Giuseppe Ungaretti, Alberto Moravia, Alberto Savinio, e riproduzioni di opere d’arte contemporanee.

Nella sua produzione estrema, raggiunge una straordinaria violenza espressionistica: il ciclo ispirato all’Apocalisse evoca la catastrofe incombente su di un mondo prossimo alla distruzione, consegnandoci una visione drammaticamente profetica dei tragici eventi che di lì a poco avrebbero sconvolto l’Europa.

Elena Lissoni

 

Giovan Battista Tiepolo

Venezia, 1696 - Madrid, 1770

Svolge il suo apprendistato presso Gregorio Lazzarini e nelle prime opere (Sacrificio di Isacco, Venezia, chiesa dell’Ospitaletto, 1716; Madonna del Carmelo, Milano, Brera, 1720 -22) risulta influenzato dalla corrente “tenebrosa” che aveva in Piazzetta il massimo rappresentante. Già in queste opere denota però una personalità matura, evidente nella libertà compositiva, nella ricerca del movimento, nella leggerezza con cui le figure sono definite. Dal 1717 è iscritto alla Fraglia dei pittori veneziani. Due anni più tardi sposa Maria Cecilia Guardi, sorella di Francesco e Giovanni Antonio: dalla moglie avrà dieci figli, di cui alcuni (Giandomenico e Lorenzo in particolare) seguiranno le orme paterne. In questi anni si dovrebbe collocare il ciclo con le Storie della regina Zenobia in Ca’ Zenobio a Venezia: ciò a dimostrazione dell’interesse delle famiglie patrizie nei confronti del giovane artista. Nel 1724 si colloca la prima grande realizzazione ad affresco, in Palazzo Sandi, che precede di pochi anni i dipinti murali per l’Arcivescovado di Udine, dove la tavolozza diviene più chiara, e le figure ancora più ariose, in una evidente svolta neoveronesiana. Da qui la fortuna di Tiepolo varcò i confini della Serenissima: a Milano, Palazzi Archinto e Dugnani (1731), poi in territorio veneziano a Bergamo, Cappella Colleoni (1732). Rientrato in laguna, operò nelle chiese cittadine sia come frescante che nelle grandi pale d’altare (Venezia, Gesuati); si cimentò inoltre in tele di soggetto profano (Apollo e Dafne, Louvre; Danae e Giove, Stoccolma). Tornò a Milano nel 1740, realizzando gli affreschi di Palazzo Clerici. Datati 1746-47 sono gli affreschi del veneziano Palazzo Labia, con le Storie di Antonio e Cleopatra; alla fine del 1750 con i figli Giandomenico e Lorenzo ottenne la commissione delle Storie del Barbarossa, massimo esempio di decorazione settecentesca, nella residenza del principe vescovo di Würzburg, dove si trattenne per tre anni. Ancora fu impegnato nel 1757 in un grande ciclo di affreschi per Villa Valmarana a Vicenza, con episodi tratti dalla letteratura epica classica e rinascimentale.

La definitiva affermazione di Tiepolo corrisponde alla chiamata da parte di Carlo III in Spagna: giunto a Madrid nel 1762, sempre insieme ai figli, fu incaricato della decorazione di diverse sale del Palazzo Reale e della realizzazione di numerose opere per altre residenze e chiese di pertinenza della Corona; negli ultimi anni della sua vita il mutamento culturale, contraddistinto dall’affermarsi del neoclassicismo rappresentato a Madrid da Anton Mengs, segnò in modo negativo la vicenda artistica di Tiepolo, che morì nella capitale iberica nel 1770.

Domenico Sedini

 

Simon Johannes Van Douw

Anversa, 1630 - ?, dopo il 1677

Scarse risultano le informazioni relative alla vicenda dell’artista: fu membro della Gilda di San Luca a Middelsburg dal 1656. Ebbe come allievi, tra gli altri, Pieter van Bloemen e Nicolas de La Haye. Le tematiche della sua produzione consistono specialmente in scene di battaglia con cavalli ed episodi di genere, utilizzando a volte modelli tratti da incisioni di altri artisti, come Pieter van Laer. In alcune scene sono citati paesaggi e monumenti romani: non è documentato un viaggio italiano dell’artista; con ogni probabilità si tratta di elementi desunti da opere di grafica, che venivano da lui rielaborate.

Domenico Sedini

 

© Copyright 2017 by Fondazione Cariplo. Tutti i diritti riservati
Esclusivamente i contenuti della collezione online di artgate-cariplo.it sono disponibili secondo una licenza CC BY-SA