opere in mostra

Opere in mostra

 

C. Di San Pietro - L’Alzana

L'alzana
L'alzana

Cagnaccio Di San Pietro (Natalino Bentivoglio Scarpa)

(Desenzano del Garda, 1897 – Venezia, 1946)

 

L’Alzana, 1926
olio su tela, 200 x 173 cm
firmato e datato in basso a destra: “1926/ Cagnaccio/ di S. Pietro”
Venezia, Collezione d’arte della Fondazione di Venezia

 

L’alzana, cui si riferisce il titolo del dipinto, era una grossa fune impiegata come cavo di ormeggio o per il rimorchio delle imbarcazioni che venivano tratte lungo i canali da animali da tiro o da uomini al limite dell’indigenza;  un’attività umile e degradante che era stata rappresentata con straordinario verismo nel 1873 dal pittore russo Il’ja Repin, nei Battellieri del Volga (San Pietroburgo, Museo Russo), un dipinto destinato a godere di un duraturo successo internazionale, fino a diventare un emblema dell’oppressione popolare.
Presentata alla XV Esposizione Internazionale d’Arte della città di Venezia, L’Alzana fu immediatamente riprodotta sulla rivista “Emporium”, accompagnata da un breve commento di Ugo Nebbia: “ quella sua Alzana – due uomini seminudi, affaticati in un’atmosfera afosa a tirare un greve barcone – è uno sforzo concretato con qualche virtù, certezza di forme, nitidezza di particolari e felici intonazioni […] Ma è uno sforzo che troppo parzialmente raggiunge il risultato prefisso; poiché la composizione rivela qualcosa di disorganico e immaturo, da non resistere a svuotarsi. Come sembra poco resistere la stessa fatica delle due pur vigorose figure, che in fondo saltellano nel vuoto”.
Seppure con un accento critico, il pubblicista coglieva puntualmente quei caratteri propri del linguaggio pittorico che l’artista sperimenta a partire dal 1920 e che giungono a completa maturazione in quest’opera ambiziosa e impegnativa, nella quale coesistono il verismo esasperato della resa attentissima dei muscoli gonfi, dei tendini tesi, delle vene a fior di pelle dei due uomini in primo piano, con l’immobilità innaturale, quasi angosciante di un’atmosfera sospesa dove ogni sforzo si vanifica.  
Densa di valenze morali e etiche, L’Alzana si qualifica come un caposaldo nel percorso artistico di Cagnaccio che nella sua produzione degli anni Venti affronta ripetutamente soggetti di ispirazione sociale, accanto a nature morte, levigate e luccicanti, di matrice fiamminga, e ritratti che risentono della lezione di Felice Casorati.  A questo repertorio, inaugurato con la presentazione del trittico Madre (1923, Venezia Camera del Lavoro) all’Esposizione Internazionale di Venezia del 1924,  appartengono inoltre Lagrime della cipolla (1929, Venezia Camera del Lavoro) e  Attesa (1934, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea), quest’ultima, in particolare, mostra stringenti analogie con l’opera in esame per le dimensioni monumentali, per il taglio fotografico dell’inquadratura, per la materia pittorica smaltata e per la stessa atmosfera di immobilità e di sospensione che sembra suggerire l’impossibilità di un riscatto per la gente della laguna. Con questa produzione, sebbene declinata in un particolare linguaggio pittorico derivato dal quattrocento veneto e denso di riferimenti alla cultura popolare (si veda l’immagine devozionale sulla prua della barca), l’artista si inserisce a pieno titolo nel vivace clima culturale di Venezia, di apertura e di scambio continuo e consolidato con la Germania e con l’Austria, accostandosi alle coeve ricerche di una resa oggettiva della realtà, di una realtà più profonda e morale, condotte da quegli artisti riuniti nella definizione di Realismo Magico, coniata dal critico d’arte Franz Roh nel suo celebre  saggio del 1925.
Elena Lissoni

 

 

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