opere in mostra

Opere in mostra

 

C. Carrà - Madre e figlio

Madre e figlio
Madre e figlio

Carlo Carrà

(Quargnento, Alessandria, 1881 – Milano, 1966)

 

Madre e figlio, 1934
olio su tela, 80,5 x 110,5 cm
firmato e datato in alto a sinistra: “C. Carrà 934-XIII
Macerata, Collezione d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Macerata

 

Datato 1934, il dipinto figurava alla mostra allestita nel dicembre dell’anno successivo presso la Galleria del Milione a Milano, insieme a un cospicuo nucleo di oltre quaranta opere che ripercorrevano puntualmente il percorso artistico del pittore dagli esordi futuristi (Donna al balcone (Simultaneità), 1912), alla stagione metafisica (Manichini, 1917), fino alle innovative ricerche avviate a partire dagli anni Venti (Nuotatori, 1932). In stretta relazione con le più recenti sperimentazioni condotte nell’ambito della pittura murale si inquadra, invece, questa vasta tela dall’impianto monumentale e dalla materia pittorica magra, che apparve alla critica dell’epoca come “un tentativo che sembra condurre le pitture a olio alle espressioni grandiose e ai contrasti luminosi che son propri dell’affresco” (Solmi 1935, p. 3), e che si colloca a breve distanza dalla conclusione della decorazione della V Triennale (1933) e dalla sottoscrizione del Manifesto della pittura murale (1933), con Mario Sironi, Massimo Campigli e Achille Funi.
Accolto con favore dalla critica, Madre e figlio affronta un motivo ricorrente di quello che Jean Cocteau aveva definito nell’omonimo saggio del 1917 il periodo del ritorno all’ordine, reinterpretando le suggestioni dalla pittura neoclassica di Picasso degli anni Venti in una calibrata composizione e nella salda volumetria delle forme. Una madre colta in un momento di gioco assieme al figlio, diventa qui il pretesto per una riflessione sul rapporto tra le figure e lo spazio, scandito nella rigorosa giustapposizione geometrica dei piani che dall’ambiente chiuso del salotto, attraverso la finestra aperta, conduce alla città moderna, avvolta in una foschia ovattata. In questo rigoroso equilibrio sono disposti, sparsi sul pavimento, la palla e la natura morta con brocca e ciotola, oltre al bastone colorato, lo stesso già raffigurato nel Gentiluomo ubriaco (1916-17, collezione privata), che evocano la stagione metafisica dell’artista in un sottile gioco di rimandi e citazioni.
La giovane donna assorta, dallo sguardo assente e lontano, si inserisce in un repertorio di figure femminili di classica compostezza e solenne monumentalità che Carrà avvia alla fine degli anni Venti  (Donna che si asciuga, 1927, Milano, Galleria d’Arte Moderna) e prosegue nel decennio successivo con Estate (1930, Milano Museo del Novecento), Le figlie del pescatore (1931, pubbl in Guzzi 1994, p. 316) e Donna sulla spiaggia (1931, Trieste, Museo Rivoltella), in un serrato confronto con i modelli antichi e con le istanze più innovative dell’arte contemporanea, da Puvis de Chavannes a Paul Gauguin.
Impegnato a “ristabilire quel rapporto di continuità storica e di armonia fra colore e forma che la [sua] generazione ha trovato spezzato al suo sorgere” (C. Carrà, Autopresentazione, in II Quadriennale d’Arte Nazionale, Roma 1935, p.335), il pittore si fa interprete di una modernità fondata sull’antico, sulla tradizione e, in particolare, sui primitivi italiani cui aveva dedicato i suoi celebri scritti, Parlata su Giotto e Paolo Uccello costruttore (1916), raggiungendo esiti altissimi in questo momento di vita contemporanea carico di magia e mistero, avvolto in un’atmosfera sospesa e senza tempo, di delicata poesia.
Elena Lissoni

 

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