opere in mostra

Opere in mostra

 

A. de Maria - Mia moglie

Mia moglie
Mia moglie

Astolfo de Maria

(Roma, 1891 – Venezia, 1946)

 

Mia moglie, 1942
olio su tavola, 72,5 x 59 cm
firmato e datato in basso a destra: “ASTOLFO D. MARIA/1942 VENEZIA”, preceduto dal monogramma “AdM” a forma di ferro da gondola.
Collezione d’arte della Fondazione di Venezia

 

Alla Biennale di Venezia del 1942 Astolfo de Maria presenta quindici dipinti, ottenendo l’apprezzamento della critica soprattutto per la sua attitudine a ritrarre “le belle donne attraverso una lucida lente d’intellettualismo congelatore, un tantino crudele” (D. Valeri, La XXXIII Biennale di Venezia - Gli Italiani, in “Le Tre Venezie”, luglio 1942, p. 269). Alla manifestazione veneziana figuravano il ritratto della Signora Baggio, quella della Signora Lola Protti e Mia moglie, quest’ultimo nuovamente esposto insieme con Donna Juccia Vaccari alla mostra d’arte figurativa contemporanea, organizzata dalla Biennale, a Linz. Con ogni probabilità il ritratto è identificabile con quello, datato 1942, presentato nel 1948 presso l’Opera Bevilacqua La Masa in occasione della “Seconda Mostra dei primi espositori di Ca’ Pesaro (1920-1928)”.
La figura di Adele de Maria, la bellissima moglie dell’artista, compare in numerosi dipinti di grande valenza sentimentale a partire dagli anni Trenta, tra i quali il Ritratto di Adele in divisa da scherma (1931, Collezione d’arte della Fondazione di Venezia). Il realismo analitico e impietoso con il quale Astolfo de Maria fissa l’immagine delle signore della buona società veneziana, evidenziandone le debolezze femminili, è qui sostituito da un gusto descrittivo preciso e accurato: il pittore si sofferma sull’abito di pizzo, sulla collana, sulla piuma leggera del cappellino, conferendo eleganza e raffinatezza alla figura. L’immagine è costruita in uno studiato rapporto luminoso e cromatico che fa risaltare lo sguardo pensoso, ma assente, della donna avvolta in un’atmosfera di sospensione.
A partire dagli anni Venti, l’artista aveva avviato un’intensa attività di ritrattista che lo aveva condotto a sperimentare inedite soluzioni formali nel Ritratto di Vittore Grubicy (1921-22, già collezione Toscanini) e, successivamente, in quello di Gabriele D’Annunzio (Venezia, Collezione d’arte della Fondazione di Venezia), raggiungendo una cifra stilistica personale di intensa espressività e durezza derivate da modelli tedeschi.
Elena Lissoni
 
 

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