opere in mostra

Opere in mostra

 

A. Kauffmann - Ritratto di Teresa Bandettini Landucci nelle vesti di una musa

Ritratto di Teresa Bandettini Landucci nelle vesti di una musa
Ritratto di Teresa Bandettini Landucci nelle vesti di una musa

Angelica Kauffmann

(Coira, Svizzera, 1741 – Roma, 1807)

 

Ritratto di Teresa Bandettini Landucci nelle vesti di una musa, 1794
olio su tela, 128 x 94 cm
firmato e datato sul foglio appoggiato sul tavolo, di lato a sinistra: “Angelica Ars pictam/divina Amarilli dicavit/Te tibi, paladiae  […]/Pignus amicitiae/carmina 1794”
Lucca, Collezione d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

 

Avviata dalla famiglia allo studio della danza, Teresa Bandettini si dedicò con successo a quell’attività fino al 1789 quando, dopo il matrimonio con il lucchese Pietro Landucci, abbandonò la carriera di danzatrice per la poesia. Grazie al suo straordinario talento nell’improvvisazione poetica entrò in contatto con alcuni dei maggiori letterati dell’epoca - tra i quali Giuseppe Parini, Vincenzo Monti, Vittorio Alfieri, Ippolito Pindemonte -  e, infine, fu accolta nell’Accademia d’Arcadia con il nome di Amarilli Etrusca nel 1794, quando si trasferì a Roma. 
L’arte della Bandettini di ricreare “in un tratto belle immagini e fantasie”, in modo da suscitare un “diletto niente affatto ordinario” (Fornaciari 1837, p. 426), trovava pieno riconoscimento presso l’Accademia dell’Arcadia riformata che si candidava a luogo privilegiato di incontro tra la cultura letteraria, il sapere scientifico e il riformismo illuminista, e dove la colta presenza femminile si distingueva come elemento qualificante. Pur non essendo arcade, Angelica Kauffmann impersonava pienamente l’espressione artistica di questo clima culturale, eletta come punto di riferimento per il circolo di intellettuali dell’epoca, con il quale aveva stabilito relazioni di committenza e di amicizia.
All’interno di questo contesto si inscrive il Ritratto di Teresa Bandettini, probabilmente eseguito nello slancio di quel rapporto di consuetudine e affinità stretto tra la pittrice e la poetessa al suo arrivo a Roma, come testimonia Giovanni Gherardo De’ Rossi che ricorda, inoltre, le sue frequenti esibizioni in casa di Angelica, all’epoca salotto mondano tra i più esclusivi (De’ Rossi 1810, p. 76).
L’opera si inscrive in una serie di ritratti di donne celebri, effigiate come muse, che l’artista inizia a dipingere durante il suo soggiorno a Londra: ai primi anni settanta risale il ritratto della pittrice Margaret Bingham (collezione privata), seguito da quello della cantante Sarah Harrop come Tersicore (1781, collezione privata); durante gli anni romani si collocano i ritratti di Fortunata Sulgher Fantastici (1792, Firenze, Palazzo Pitti), poetessa e arcade con lo pseudonimo Temira Parraside. Altissima espressione del ruolo intellettuale delle donne, queste opere rivelano, inoltre, la reciproca influenza creativa che accomunava tra loro le artiste, cui si riferiscono i versi poetici inseriti nei dipinti quale riconoscimento del rapporto peculiare tra la pittrice e le poetesse, allusivi al vivace dibattito sulla superiorità tra le arti che ancora animava la fine del secolo. 
Una recente ipotesi critica ha riconosciuto nel Ritratto di Emma Hart, poi Lady Hamilton, il pendant del dipinto in esame con il quale condivide le dimensioni, oltre all’eleganza aristocratica dei gesti e alla straordinaria vivacità e naturalezza delle figura, colta nel pieno del fervore artistico, in linea con un gusto neoclassico che si discostava sia dal rigore della pittura francese davidiana, sia dallo styl grec celebrato da Winckelmann. Divenuta celebre per le sue Attitudes, una serie di pose di eroine desunte da statue e vasi classici o da dipinti antichi, Emma Hart fu ritratta dalla Kauffmann nel 1791 nelle vesti della musica comica Thalia, cui sembrerebbe fare da contrappunto l’effigie della Bandettini che impersona Melpomene, musa della tragedia, in una studiata e colta corrispondenza che la pittrice aveva già suggerito nel Ritratto di Domenica Morghen e Maddalena Volpato come Muse della tragedia e della commedia (1791, Varsavia, Muzeum Narodowe w Warszawie) e nel frontespizio dell’VIII volume delle opere di Goethe (Leipzig 1789) dove entrambe le muse rendono omaggio al busto del poeta.
Elena Lissoni

 

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