opere in mostra

Opere in mostra

 

G. Assereto - Socrate beve la cicuta

Socrate beve la cicuta
Socrate beve la cicuta

Gioacchino Assereto

(Genova, 1600 – 1649)

 

Socrate beve la cicuta, 1640-1649
olio su tela, 106 x 129 cm
Forlì, Collezione d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì


All’inizio del Seicento si assiste a Genova alla rapida diffusione del neostoicismo propugnato nelle Fiandre da Giusto Lipsio (1547-1606), autore di studi filosofici sul rapporto tra politica e morale, condotti alla luce della riscoperta dei testi di Tacito e Seneca. Questa predilezione per Lipsio, che risponde senza dubbio a un canone di rinnovamento globale dell’aristocrazia cittadina genovese, assunse un notevole rilievo anche nel mondo artistico, cui contribuì la presenza di Peter Paul Rubens che vantava una  frequentazione diretta con il filosofo, mentore di suo fratello Philippe, attestato anche dal ritratto di gruppo Lezione del filosofo Giusto Lipsio in Anversa (1611 ca.) conservato nella Galleria di Palazzo Pitti a Firenze. All’interno di questa temperie culturale si colloca l’opera di Gioacchino Assereto che, fin dalla giovinezza si cimenta in soggetti  tratti dalla filosofia e dalla storia antica, tra i quali Servio Tullio bambino con i capelli in fiamme (Collezione d’arte di Banca Carige), Focione rifiuta i doni di Alessandro (Nantes, Musée des Beaux Arts) e La morte di Catone (Genova, Palazzo Bianco). Un interesse che probabilmente godette di rinnovato slancio in seguito al viaggio del pittore a Roma nel 1639, quando, plausibilmente, ebbe modo di entrare in contatto con il marchese Vincenzo Giustinani, grande collezionista di Caravaggio e appassionato conoscitore del mondo antico, che all’epoca stava allestendo la “Stanza dei Filosofi” con una serie di dipinti dichiaratamente ispirati ai precetti neostoici, come La morte di Seneca di Joachim von Sandrart, La morte di Socrate del misterioso “Giusto fiammingo” e La morte di Cicerone di François Perrier.
Spogliato di ogni elemento narrativo, il dipinto è costruito sul serrato dialogo, di straordinaria potenza espressiva, di gesti e sguardi tra il filosofo e il suo aguzzino “che si incrociano in diagonali opposte a mostrare la diversa tempra dei personaggi e la loro opposta statura morale” (Viroli 2006); entrambe le figure appartengono a un’umanità autentica e feriale che corrisponde alla completa adesione dell’artista alle istanze naturaliste, certamente maturata sui modelli di respiro internazionale, il cui contatto era facilitato dal ruolo di Genova, all’epoca crocevia economico e culturale d’Europa. Nel saggio apparso su “Dedalo” nel 1926, dal quale prese avvio il recupero critico del pittore, Roberto Longhi per primo istituì uno stringente paragone stilistico tra Diego Velásquez e il “Grande Assereto” (R. Longhi, L’Assereto, in “Dedalo”, VII, 1926, pp. 355-377). All’interno di questa cultura artistica si inscrive anche il libro squadernato sulle ginocchia del filosofo, un intenso brano di natura morta e, allo stesso tempo, una riflessione sulla vacuità del sapere umano, certamente riferibile alla maturità del pittore. Quest’oggetto in primissimo piano introduce lo spettatore nella scena, sospesa nel momento di massima intensità drammatica e rivelata dalla luce che accende i colori e infonde vita agli incarnati.

Elena Lissoni

 

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